De Tomaso Mangusta, prototipo 002, 1998

Prototipo apparso in alcune foto ufficiali, poi divenuta Qvale, molti particolari specifici, conservata, uniproprietario con 5000km |
Prototype shown in some press images,  then re-badged Qvale, many specific details, preserved, single ownership with 5000kms
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(English text below)

 

 Un’auto con due nomi e due marchi: questo esemplare di Mangusta in realtà venne presentato da De Tomaso come Biguà alla fine degli anni ’90, per poi divenire Mangusta quando la famiglia Qvale finanziò il progetto. I problemi nelle casse dell’imprenditore argentino indussero De Tomaso a non poter produrre più il suo ultimo modello, cedendo il progetto che vide la luce come Qvale Mangusta. 

 

L’esemplare in questione, un prototipo, rimase sempre all’interno dell’azienda conservando le caratteristiche volute da De Tomaso per la sua Biguà/Mangusta; nello specifico è l’auto che compare in un depliant De Tomaso dell’epoca oltre che in alcune immagini stampa e si può riconoscere per i cerchi, specifici De Tomaso, per i fari anteriori neri, per le maniglie delle portiere, per l’assenza delle luci di ingombro laterali, per la posizione delle frecce laterali e per gli interni neri e rossi. Quando l’azienda chiuse definitivamente nel 2002, l’auto venne acquistata assieme al prototipo della coupè dal primo ed unico proprietario che l’ha custodita senza farne un uso assiduo. 

L’auto venne ufficialmente venduta come Qvale Mangusta ma tutti i particolari precedentemente descritti la rendono un’automobile estremamente appetibile per i collezionisti e appassionati del marchio De Tomaso: si tratta dell’ultimo modello funzionante prodotto da quest'azienda. Prima della chiusura definitiva, in azienda tentarono di rilanciare la nuova Pantera ma si trattava di un mero manichino: la storia degli ultimi anni dell’azienda modenese-argentina sono raccontati in un articolo apparso su giornale inglese Auto Italia del 2017, dove compare anche la Mangusta in oggetto, la più anziana rimasta, che riporta il numero di telaio 002; la prima Biguà prodotta è infatti l’esemplare colore grigio metallizzato esposto a Ginevra '96 distrutto in un incidente.

 

Pur rimanendo un prototipo con molti particolari visibilmente artigianali e costruiti per funzioni meramente scenografiche, l’auto è funzionante ed è stata recentemente tagliandata. Si presenta con le targhe originali e con una percorrenza di nemmeno 6000km: può essere iscritta ASI. 

Vettura visibile previo appuntamento a Bologna. 

 

Note sul modello.

La Qvale Mangusta è stata costruita in circa 270 esemplari (alcuni dicono 270, altri 272) tra la fine del 1999 ed 2001. Nonostante il nome e la sede fossero di origine americana (San Francisco, per la precisione), la sua sede era in Emilia, a Modena. Dal nome di può capire il legame con un’altra casa modenese di DNA straniero a cui si devono le origini di questa inusuale vettura: la nuova Mangusta infatti doveva essere un omaggio che Alejandro De Tomaso avrebbe dedicato alla sua prima De Tomaso Mangusta, GT ad alte prestazioni costruita tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70. 

Il progetto infatti venne presentato al salone di Ginevra nel 1996  come “Biguà”: i nome cambiò presto, nel momento in cui la famiglia Qvale, importatrice di molti marchi di prestigio negli Stati Uniti finanziò il progetto a De Tomaso, purché avesse usato un nome nella storia del marchio, Mangusta appunto. Kjell Qvale assieme al figlio Bruce, era importatore Maserati negli Stati Uniti dagli anni ’70 e stretto collaboratore di Alejandro De Tomaso: fu uno dei fondatori del Salone dell’auto di San Francisco, importatore Jaguar, Austin Healey e Rolls Royce nella costa ovest, è anche il progettista del mitico “cavatappi” nel circuito di Laguna Seca.

 

 Il progetto era ispirato alle inglesi TVR, apprezzate dal capo progetto Ingenger Giordano Casarini che immaginava un telaio semplice su cui montare un collaudato V8 americano: in aggiunta il progetto italiano presentò un nuovo sistema di apertura del tetto che permetteva di trasformare l’auto da coupè a targa a cabrio: il “Roto-top”.

La famiglia Qvale stava raccogliendo numerosi ordini negli Stati Uniti, dato che per le caratteristiche dell’auto sarebbe stato quello il mercato di riferimento, quando i problemi finanziari di De Tomaso divennero incolmabili: Qvale decise quindi di assumere la gestione del progetto, chiamando l’auto Qvale Mangusta, producendola a Modena e commercializzandola prevalentemente negli Stati Uniti.

 

Tuttavia, l’auto che avrebbe dovuto risollevare la De Tomaso dalla crisi, non ebbe maggior fortuna nelle mani americane: oltre ai problemi finanziari l’auto non incontrò grande interesse in Europa dove si scontrava con mostri sacri già molto più avanzati tecnologicamente; anche la Qvale fu così costretta a cessare la produzione dopo nemmeno 300 esemplari prodotti. 

 

In realtà il telaio si rivelò abbastanza rigido, l’auto montava quattro potenti e progressive pinze Brembo ed il poderoso V8 small block della Ford Mustang Cobra garantiva 322 cavalli.  Il passo lungo permetteva una perfetta distribuzione dei pesi 50:50, che resero l’auto piacevole da guidare nonostante i circa 1400 kg, merito delle sospensioni a doppio quadrilatero che le conferivano una guida divertente con tanto di sovrasterzo di potenza. Essendo stata commercializzata negli Stati Uniti, ancora adesso l’auto rispetta tutte le norme federali di sicurezza ed inquinamento. 

 

Lo stile venne curato da Marcello Gandini, già collaboratore di De Tomaso con la Pantera, ma famoso soprattutto per le Lamborghini Miura e Countach oltre all’indimenticata Lancia Strato’s: si può ritrovare la sua “firma” nel passaruota posteriore con il taglio obliquo. Nonostante fosse ispirata alle linee di certe muscle car americane, l’auto presentava alcuni punti poco riusciti che ne decretarono un giudizio negativo all’epoca del lancio: a distanza di anni, in realtà, le minigonne, le prese d’aria laterali ed i fari posteriori nascosti dalle griglie denotano un periodo stilistico ben preciso il cui giudizio le rende finalmente giustizia.

 

Nell’abitacolo si trovano molti componenti di origine Ford (che garantiscono oggi un facile approvvigionamento nei ricambi), incastonati in una finitura artigianale in pelle: la dotazione ricca comprende sedili elettrici, chiusura centralizzata, vetri e specchietti elettrici, ABS e aria condizionata. 

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 A car with two names and two brands: this example of Mangusta was presented as De Tomaso Biguà then, at the end of the 90’s became Mangusta when Qvale family financed the project. Health and financial problems forced Alejandro De Tomaso to leave the project letting it be sold as Qvale Mangusta.

 

This prototype remained inside the factory with the typical specs of the De Tomaso Biguà/Mangusta: it is the car that was photograped for the marketing/press purposes and it appears on a leaflet under the brand De Tomaso; it is easily recognizable for the specific wheels, the black front headlamps, the door handles, the absence of side marker lights and the back-red interior.

 

After the company closed in 2002 the car was purchased by the current, first and unique owner, together with the prototype of the coupè, driving it rarely. It was sold as a Qvale Mangusta, but it is easily recognizable as a De Tomaso, main feature for collectors and enthusiasts: this is the last running sample of De Tomaso ever produced. Before the bankruptcy, De Tomaso tried to launch the “new Pantera” but it was just a style model: the complete story of the last years of the argentinian-modenese company are carefully described on an article published on the issue 11-2017 of the british magazine Auto Italia; this car is one of the characters, the eldest remained, with chassis number 002. The first Biguà, painted in silver and used as a show car at Geneva Auto Show 1996, was crashed and went destroyed. 

 

Even if it is a prototype with many handcrafted parts, just for photos and shows, the car runs perfectly and had been recently serviced. It still has the first license plates and was driven for less than 6000kms.

This car could be seen in Bologna by appointment. 

 

Historical notes:

The Qvale Mangusta was produced in almost 270 cars from 1999 to 2001. Name and company were from San Francisco but the factory was located in Modena.  By the name of the model you’ll understand that its origin is tighten to another DNA: the Mangusta would have been the hommage made by Alejandro De Tomaso to his first Mangusta, a GT presented in late 60’s. At first it was presented under the name of “Biguà” at the 1996 Geneva motor show, but we know it as “Qvale Mangusta” because Qvale family, the US importer for many European prestige cars noticed the car and provided funding to develop the show car into production car, which would be called “De Tomaso Mangusta” instead. Kjell Qvale, with his son Bruce, was the Maserati importer for the States since the 70’s: he also funded the San Francisco auto show, imported Jaguar, Austin Healey and Rolls-Royce and designed the “corkscrew” corner at Laguna Seca raceway.

Inspired by the british TVR, Ing. Casarini chief designer imagined a simple chassis based on a Ford V8: then they added a very special retractable roof, the “Roto-top”,which could transform the car from coupe to convertible or targa.

Qvale was was receiving a strong demand from the US market, the car was very suitable for that market but De Tomaso increased its financial problems and Qvale finally took over the project in 2000, going into production under the name Qvale Mangusta. Qvales expected to produce 900 Mangustas in 2001, but that did not come true. Market reaction to the car was poor, probably due to its general inability to match Porsche, Ferrari and other european sports cars. After less than 300 examples produced, the production ceased.

The “new” Mangusta handling was pretty good thanks to a very rigid chassis, 50-50 weight distribution, all double wishbones suspensions, strong Brembo brakes, powerful and progressive. It rode well with an excellent body control and a power oversteering to play with, thanks to a V8 engine with 322hps from the Ford Mustang Cobra. Its 2670mm wheelbase was among the longest for a 2-seater and enabled the big V8 to be positioned virtually completely behind the front axle and resulted in a perfect front-to-rear weight distribution. The stock V8 inherently complied with Federal emission standards. Qvale also engineered the car to satisfy Federal safety laws. 

The styling was penned by Marcello Gandini, the father of the Pantera, Lamborghini Miura, Countach and various Maseratis: the angular shape of rear wheelarches, was his signature. Its shape echoes the american muscle cars in the big side skirts, the side air intakes and the rear lamps covered by the grid: at the time it didn’t convince but now we can find a precise style of the mid 90’s was maybe appreciate more.

Inside there are many components derived by Ford production cars (which is a good resource for spare parts), mounted into a full leather interior comprehensive of air-conditioning, power seats, windows and mirrors, ABS and remote control lock. 

© 2014 by GT3 srl a socio unico | Photos Gianni Mazzotta. All rights reserved.
 

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